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12 aprile 2010
Il PD e il New Labour: un importante insegnamento
Pd_logo "Tra il 1983 e il 1987 il Labour si è limitato a cercare di non affogare. Solo dopo la revisione della nostra politica nel 1988-89 abbiamo cominciato davvvero a riprendere fiato e a impegnarci in un'alternativa di governo. E tuttavia, come dimostrano tutte le indagini che abbiamo fatto, nel 1992 la preoccupazione principale dell'elettorato non era tanto che il Labour fosse cambiato; ma che non fosse cambiato abbastanza in profondità. (...) Il Partito Laburista ha bisogno di un'identità chiara e basata su principi comprensibili, non di una serie di aggiustamenti parziali che vengano dopo ogni successiva sconfitta elettorale. Ma la nostra identità deve essere adeguata al mondo contemporaneo, non può essere un ritorno ad una visione romantica del nostro passato. Al processo politico che viene chiamato "modernizzazione" corrisponde dunque la traduzione dei nostri principi più vitali e duraturi alle condizioni in cui vivono le nuove generazioni. Non solo attraverso la creazione di un'organizzazione di partito efficiente, ma soprattutto nel disegno di un programma adeguato al governo contemporaneo della società, dell'economia e dell'assetto costituzionale. Tutto questo non significa affatto la distruzione dell'ideologia di base della sinistra. Ma al contrario il suo salvataggio dalla trappola mortale della palude politica e ideologica". Così Tony Blair in un saggio apparso nella rivista laburista "Renewal" nel 1993. Uno saggio illuminante per l'intera classe dirigente del Partito democratico: uno scritto che ci fa capire la distanza culturale tra la sinistra italiana e il riformismo europeo. E' ora di guardare al New Labour di Blair e non più al PCI di Palmiro Togliatti, Nilde Jotti ed Enrico Berlinguer. Basta con i tatticismi, le nostalgie, le proposte politiche antiquate e il navigare a vista, sì ad un progetto modernizzatore, ad una idea forte di Italia del futuro. Solo così si potrà vincere e dare il via ad una stagione di progresso e innovazione. E' una sfida difficile e coraggiosa,ma deve essere affrontata.

24 febbraio 2009
I Giovani Democratici e l'immigrazione: Seconde Generazioni (G2), gli italiani senza diritti

Seconde20generazioni1965_img L'Italia negli ultimi anni è divenuta terra di immigrazione: africani, asiatici, latinoamericani ed est europei venuti in cerca di un futuro migliore. Molti di loro hanno messo su casa, famiglia e hanno visto i loro figli nascere qui. E proprio questi figli hanno qualcosa di particolare: sono le cosiddette “Seconde Generazioni” (G2), gli italiani senza diritti.
Infatti anche se nati sul suolo italiano, questi ragazzi non sono considerati dalla legge come nostri connazionali: solo chi è nato da genitori italiani può dirsi italiano. Un’ ingiustizia.
Per questo come Giovani Democratici dobbiamo impegnarci in una campagna che riformi l’attuale legislazione, dando immediata cittadinanza a chi nasce in territorio italiano.
Solo così potremmo dar vita una società inclusiva, multietnica e tollerante.
Per saperne di più: www.secondegenerazioni.it


21 febbraio 2009
I Giovani Democratici e la mobilità sociale: educazione, merito, prestiti d'onore

Cartoon_youth L’Italia è il paese con il più alto tasso di immobilismo sociale d’Europa: chi è nato in una famiglia di operai nella stragrande maggioranza dei casi andrà a fare l’operaio. Questo dimostra una mancanza di opportunità e una chiusura del mercato del lavoro.
Una questione a cui noi Giovani Democratici dobbiamo prestare assoluta attenzione.
Per risolvere questo problema la ricetta è quella di puntare sull’educazione, sul merito e sui prestiti di onore alle imprese giovanili.
Educazione e merito vanno di pari passo: dobbiamo dare a tutti le stesse possibilità, far partire tutti allo stesso livello e premiare i più meritevoli dal punto di vista intellettuale, siano essi figli di operai o di imprenditori. Solo con un programma di borse di studio e una politica fiscale favorevole nei confronti dei ragazzi meno abbienti ma capaci riusciremo in tale obiettivo.
Altro programma essenziale al raggiungimento di una maggiore mobilità sociale è quello dei prestiti di onore alle imprese giovanili: un modo per premiare le idee.


16 febbraio 2009
I Giovani Democratici e il Welfare: da un Welfare passivo a un Welfare attivo

Giovani227_img La società italiana è una delle più ingiuste d’Europa: un’intera generazione di ventenni e trentenni ha visto ipotecare il proprio futuro e infrangere i propri sogni. E questo è causato dal sistema di Welfare vigente in Italia: un "welfare passivo", che tutela chi ha già una occupazione o chi è uscito dal mondo del lavoro. Dati alla mano, l’Italia è il paese europeo che investe di più in previdenza: il 63,4% della spesa sociale nazionale è destinato alle pensioni, a fronte del 46,6% della media europea.
Ciò vuol dire meno risorse per settori chiave quali la disoccupazione, il sostegno alle famiglie, alle madri lavoratrici e a chi cerca abitazione. In poche parole meno risorse a chi è appena entrato nel mondo del lavoro o a chi deve ancora entrarci
Come Giovani Democratici dobbiamo impegnarci per invertire l’ordine dei fattori: ovvero passare dall’attuale “Welfare passivo” al “Welfare attivo”. Un “Welfare attivo” che sostenga i giovani disoccupati e inoccupati tramite un reddito minimo garantito, che favorisca le giovani coppie attraverso sussidi e sgravi fiscali per l’acquisto della casa, che garantisca alle giovani madri bonus bebè e maggiori servizi all’infanzia.


7 febbraio 2009
Un Atatürk per il PD

Ataturk_2Mustafa Kemal “Atatürk “, il padre della Turchia contemporanea, il grande laicizzatore, colui che ha sfidato secoli di tradizioni, avviando un periodo di riforme radicali. Un personaggio storico discusso ma di indubbio valore e coraggio politico.
E proprio di un “Atatürk" ha bisogno il PD: un leader carismatico e autorevole, capace di imporsi sulle varie correnti interne. Infatti ancora troppo spesso sentiamo notabili che ricordano con nostalgia i tempi di Berlinguer e Moro, del PCI e della DC, del DS e della Margherita.
Ma piangendo sulle vecchie spoglie non si va da nessuna parte.
Ed è quello che comprese Atatürk: agli orfani dell’Impero Ottomano ormai decaduto, diede una nuova identità e una nuova patria in cui credere.
E così deve fare l’Atatürk del PD: non più ex diessini ed ex margheritini piangenti, ma democratici orgogliosi d’esserlo.
Inoltre Atatürk immaginò la nuova Turchia come uno Stato strutturato in maniera capillare e ben definito, di modo che i cittadini si riconoscessero nelle istituzioni e sentissero forte il senso di appartenenza alla nazione.
E così deve essere il PD kemalista: non più un partito leggero e liquido, ma un partito pesante, con sezioni, con una base attiva e riti sociali identitari.
Infine Atatürk laicizzò lo Stato, abolì il velo femminile, equiparò le donne agli uomini e lottò contro l’integralismo religioso.
E così deve fare l’Atatürk del PD: segnare una sterzata laica del partito, sottrarsi ai ricatti degli ambienti oltranzisti religiosi ed avviare un nuovo corso dei diritti civili.


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